Oggi voglio parlare di Roma, la mia città. La città di tanti di noi; di tutti noi, se pensiamo al suo ruolo di Capitale d’Italia. Le cronache di questi giorni ci propongono episodi emblematici circa la salute della comunità cittadina e della sua amministrazione.
Ormai conviviamo con problemi cronici come la scarsa manutenzione delle strade, la raccolta dei rifiuti al collasso, l’insufficiente cura del verde, il trasporto pubblico che implode.
Problemi che nascono lontani nel tempo, dicono in tanti. Ma non credo che l’analisi sia così semplice.
Per leggere in modo corretto il recente passato di Roma, si devono scindere gli errori politici e amministrativi (che pure ci sono stati) e le scelte di fondo che hanno caratterizzato le diverse amministrazioni. Ciò che voglio dire è che dobbiamo distinguere, ad esempio, l’incapacità manageriale di certi dirigenti delle società partecipate, dal ruolo stesso di quelle società, ritenute negli scorsi decenni strumenti moderni e indispensabili per la gestione dei servizi locali. Per assumere manager capaci e onesti bisogna valutarne le competenze e pagarle il giusto; oltre ad avere una strategia da affidare al management. Limitarsi a portare in tribunale i libri contabili di una partecipata in difficoltà finanziaria è pretestuoso, perché consente di tuonare contro il presunto malgoverno precedente, ma ottiene solo di mettere a rischio i servizi ai cittadini.
Nel frattempo, in una delle tante periferie (perché a Roma non è possibile pensare che ci sia una sola periferia) l’arrivo di circa settanta Rom presso una struttura di accoglienza scatena uno scontro ideologico fomentato dalla destra estremista. E l’ironia millenaria di Roma, ha sbattuto in faccia ai facinorosi del “prima gli italiani” le due facce della stessa medaglia. Alla semplicità della gente di Torre Maura che protestava contro i Rom, ha risposto con la logica altrettanto semplice, potremmo dire il buon senso, del 15enne Vincenzo che alle accuse di mancanza di servizi chiede “e cosa c’entrano i Rom?”.
Le borgate pasoliniane si sono complicate per tanti motivi, ma un’amministrazione degna di Roma lo deve sapere e deve avere la capacità di immaginare un loro futuro di progresso oppure esploderanno come avvenuto in passato alle banlieue parigine.
E lo stesso deve avvenire per tutti gli altri grandi problemi della città.
Roma invece sta prolungando il proprio ritardo rispetto ad altre capitali europee nel fronteggiare il cambiamento radicale di paradigma che impone la riduzione del ruolo della pubblica amministrazione nell’economia reale e questo mina la tenuta sociale della propria comunità. A Roma non mancano certo altre vocazioni su cui ripensare lo sviluppo: il sapere, l’università, la ricerca, la cultura, il turismo. Ma la raffinatezza del nostro “saper fare”, anche nelle produzioni più popolari, hanno bisogno di una visione d’insieme e investimenti che negli ultimi tempi sono assolutamente mancati. Per questo la crisi s’è fatta più nera che altrove e potremo uscirne solo con un radicale cambiamento politico, da pensare e costruire insieme, già da oggi.

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