Perché, quando esprimo il mio punto di vista critico, mi sento un po’ come il bambino di una nota fiaba di Andersen, che affermò “Il Re è nudo”…

Caro Segretario, cari membri di direzione.

ho chiesto di parlare in questa sede dopo una lunga riflessione, intervallata da tante domande, ricevute da giornalisti, amministratori locali, nostri militanti ed elettori, scossi dal precipitoso susseguirsi di eventi che, in poche settimane, hanno trasfigurato il nostro profilo politico e il nostro posizionamento strategico. Penso che alla loro inquietudine, in particolare, occorra dare ascolto, perché solo un ceto politico autoreferenziale può convincersi tanto risolutamente delle proprie ragioni, da non cogliere come ci siano temi che agitano chi ha sostenuto in questi anni le nostre politiche.

Ho ascoltato con interesse la relazione, e ho cercato di coglierne lo spirito, il declamato, e il tra le righe, e cercherò di dire cosa penso cercando di non apparire irrispettosa di un pensiero e di una comunità della cui buona fede e serietà non ho motivo di dubitare, ma al contempo senza eludere le criticità che mi fanno chiedere se il PD sia ancora la mia casa.

Parto dalla fine: parto da ieri. Ieri mi chiamano alcuni giornalisti per chiedermi: che fa la Grippo? Domanda che mi fanno dal giorno dell’uscita di importanti figure nazionali del nostro partito; domanda, per altro, che immagino tenga il paese col fiato sospeso! Ma siamo tutti destinatari del famigerato quarto d’ora di gloria che Andy Warhol non negava a nessuno e quindi parliamone, perché forse può dare un contributo alla riflessione e raccontarvi i dubbi che sono nella testa di tanti di noi.

Per altro penso che sia sintomatico dell’idea che dà di sé il PD il fatto che la domanda non sia mai, da qualche tempo, “cosa pensi delle scelte del Partito”,”che idea hai dello scenario attuale del paese”, su quello il giornalista ce lo devi portare tu! Piuttosto le domande sono: “con chi vai?”, “a chi ti affratelli?”, “su quale autobus sali?”

Come fino a un mese fa le domande erano: “di chi sei?”, “con chi stai?” “chi è il tuo capocorrente?” “chi t’è padre a te?”, come direbbe Totò (ma io non ho mai trovato un Vincenzo), tutto sommato, “con chi vai” potrebbe anche essere un upgrade rispetto a “di chi sei”, ma insomma…

Dicevo, mi chiama un giornalista, e parliamo dell’ipotesi di un’alleanza strutturale con i 5 Stelle, nelle amministrazioni locali e nelle regioni, nelle prossime stagioni di governo locali e nazionali, parliamo dell’Italia, di Roma e del Lazio. E parliamo del PD, delle correnti, di cosa a mio avviso non funzioni. Esprimo la mia contrarietà a un accordo sistemico con i 5 stelle, parlo del partito irrigidito in correnti inossidabili.  

Ciò che mi ha molto colpito è stata la reazione a queste considerazioni tutto sommato banali.

Io pensavo di aver detto sinceramente delle cose ovvie. E invece mi sono accorta che quelle ovvietà avevano una portata destabilizzante. Me ne sono accorta dalla quantità di chiamate di dirigenti nazionali e giornalisti che mi chiedevano di capire meglio. E me ne sono accorta dal numero di messaggi, whatsapp, telefonate, di iscritti, amministratori locali, simpatizzanti, che condividevano e mi dicevano: “ma possibile che il segretario e i dirigenti del PD queste cose non le capiscano?”

Perché ciò che ci rende poco credibili non è ciò che dichiariamo, ma ciò che pratichiamo.

Segretario, queste cose che dico, a te ed ai membri della direzione,  me le dicono in tanti. Alcuni ritengono, per queste ragioni, il PD un partito non più credibile. Altri rimangono, perché sperano di poter cambiare ancora le cose da dentro, ma non lesinano le critiche su questi temi.

E allora, come mi è capitato tante volte in questi mesi, ho pensato alla fiaba di Andersen, quella sui vestiti nuovi dell’imperatore, al codazzo sotto al baldacchino che dice: «che meraviglia i nuovi vestiti dell’imperatore! Che splendido strascico porta! Come gli stanno bene!»; e mi sono sentita come il bambino che dice: «ma non ha niente addosso!». E come me ho visto i tanti bambini inascoltati che hanno provato in questi mesi a dire verità palesi, sentendosi derisi e non trovando un luogo di discussione, nel PD nazionale ma soprattutto nei territori, nei circoli, dove questa impostazione di ridicolizzazione e emarginazione delle differenze, di ghettizzazione e espulsione di chi in questo partito organizzato per bande non si riconosce e vorrebbe dare un contributo a cambiare, è ormai strutturale.

Mi sento il bambino di Andersen quando dico che sdoganando l’idea che l’impreparazione, l’occasionalità, la disintermediazione, il populismo, la gestione privatistica e antidemocratica dei partiti modello Casaleggio, abdichiamo al motivo stesso e originario di esserci scelti come comunità-partito.

Mi sembra di dire: “il re è nudo” quando dico che se rinunciamo all’idea di utilizzare il criterio del merito, delle competenze, della formazione e selezione della classe dirigente come unico metodo nella scelta delle nomine delle persone nei ruoli chiave, chiarito che, se mi guardo intorno vedo tra i membri del governo, nelle nomine che facciamo, nelle candidature locali e nazionali, nelle aziende, vedo anche tante persone competenti e che stimo, ma non vedo scelte fatte a partire da quelle competenze. Mi domando se sia possibile che non capiamo che il come si arriva nei luoghi fa la differenza, determina in che modo, con quale libertà, con quale autonomia di pensiero, si rivestirà quel ruolo. Come possiamo non capire che se facciamo ogni nomina col manuale Cencelli e abdichiamo al ruolo che attribuisce ai partiti l’art. 49 della Costituzione di corpo intermedio, che attragga energie dall’esterno e non le consideri un fastidio, se ci omologhiamo nel banalizzare l’importanza che la preparazione, il merito, il duro lavoro di formazione di agenda e persone che i partiti, quali corpi intermedi dovrebbero fare, abbiamo perso? Che l’abbraccio con i 5 stelle potrebbe essere asfittico, su questi temi?

Non sembra di sentir parlare il bambino di Andersen quando dico che aver dato il via libera a un governo Conte bis, intorno al proposito della costruzione di un accordo politico a tutto tondo con i 5 stelle, è scelta ben diversa dalla disponibilità a sostenere un governo, guidato da una personalità istituzionale, terza e super-partes, per realizzare specifici obiettivi, in ambito economico e sulle regole del gioco democratico?  Non dico l’ovvio se dico che sono già evidenti le conseguenze di questa scelta: che il PD fatica a tratteggiare un suo profilo autonomo rispetto ai 5 stelle e soprattutto ad ottenere scelte di radicale discontinuità con il precedente esecutivo, scelte che vadano oltre il sostanziale, ma non sufficiente, cambio di politica dell’ordine pubblico e di stile comunicativo del titolare del Viminale?

Mi sembrano le parole ovvie del bambino di Andersen quelle che provano a dire che non possiamo gioire di un clima unanime, se quell’unanimismo, più che di comune sentire, è figlio del fatto che quelli che non la pensano come noi, non li ascoltiamo e a tutti i livelli li facciamo scappare.

Mi sento il bambino di Andersen quando dico che è vero, come dice Goffredo Bettini, che siamo stati schiacciati sull’immagine di una élite arrogante e lontana dalle persone e che i 5 stelle al contrario si sono collocati sul terreno dell’antipolitica, ma che non è il rapporto con i 5stelle che ci servirà a riprendere contatto con una parte di popolo che abbiamo perso, abdicando al valore della democrazia rappresentativa e delle sue complessità. Viceversa riprenderemo quel contatto se, invece di appassionarci a correnti e correntine, sapremo dimostrare di saper ascoltare le persone, le associazioni, i comitati, coloro che si organizzano per proporre delle idee alla politica, riconoscendo e non azzerando quel ruolo di corpi intermedi che la costituzione attribuisce ai partiti.

Mi sento il bambino di Andersen quando dico che sussidiarietà e rapporto pubblico privato, efficienza, riformismo sono la nostra lingua, e non statalismo nostalgico, burocratizzazione dei processi, ritorno a un’idea di pubblico lontana nel tempo: ieri sono stata all’apertura della 4 giorni alla stazione termine della Caritas e di Binario 95 con i senza fissa dimora e ho pensato a una discussione con i miei colleghi in commissione, per tagliare risorse alla Caritas, dove cercavo di spiegare il principio secondo il quale un servizio è pubblico non per il proprio assetto proprietario ma perché assolve a un pubblico bisogno.

Mi sembra di dire il “re è nudo” quando dico che non possiamo parlare di aprire ai giovani e rinnovamento, se regolarmente quando si candidano a qualcosa, o quando dobbiamo scegliere qualcuno, quei giovani li mortifichiamo.

Sembra essere il bambino di Andersen a parlare quando diciamo che molto più sensato di questo scomposto taglio ai parlamentari, che fatto in questo modo toglie rappresentatività importante ai territori, sarebbe stato proporre una legge sui partiti e la loro democrazia interna.

Non sembro la voce dell’innocenza del bambino se dico che quando parliamo di segreteria che “mischi pluralismo e competenze” come hai fatto nella tua relazione, Segretario, siamo anacronistici e sembra di tornare indietro di un trentennio, alla mitica ripartizione delle nomine dei dirigenti rai lottizzati, quando si diceva: “mica solo pluralismo… un democristiano, un socialista, un comunista e uno bravo?”

Mi sento il bambino di Andersen quando evidenzio che se un piano dirompente di riconversione ecologico-industriale, la sanità pubblica e il diritto allo studio sono i tre assi strategici su cui vogliamo puntare per far ripartire il Paese, come ha detto il Segretario nella relazione introduttiva e che condivido, aver rinunciato a guidare tutti e tre questi ministeri è quanto meno un vulnus che va spiegato.

Mi sembra di sentire la voce del bimbo di Andersen quando dico che va bene parlare di donne e di parità salariale, ma che il nostro partito su questo tema sta tornando indietro alla velocità della luce, con un Governo che ha meno di un terzo di presenza femminile nelle figure apicali e incarichi e nomine in tutta Italia che si dimenticano completamente di questo principio dello Statuto, portando la lancetta indietro di anni.

Sento le parole del bambino che dice che il “re è nudo” quando constato che c’è un PD soffocato dal fuoco amico, che si compatta all’interno e all’esterno solo di fronte a un nemico, vero o presunto. Ripeto senza banalizzare, vero o presunto! Ossessionato da nemici interni ed esterni: fermare Berlusconi, fermare Alemanno, fermare Salvini, fermare Renzi. Un PD che ha sempre qualcuno da fermare. Benissimo, ma dopo che qualcuno è stato fermato, dov’è la nostra proposta per il Paese? Quanto è banale rimarcare che quando il PD scimmiotta l’antipolitica, per non lasciare che siano i populisti a metterla in pratica, dimostra prima di tutto fragilità culturale e identitaria? Non dà l’idea di un partito che ha paura della politica, ha paura della sua stessa coscienza, ha paura di sé stesso più ancora che della Lega?

Non sono di una banalità disarmante quando dico che il Paese potrebbe sembrare sospeso ai progetti di carriera di poche persone e che rischiamo di dare all’opinione pubblica l’idea di tre parti politiche intercambiabili, pronte a riconsiderare i propri principi fondanti per soddisfare i loro interessi egoistici?

Ho letto un bell’articolo su “Esquire” che faceva riflettere sul sintomo più evidente: il Governo entrato in carica il 6 settembre, secondo alcuni il “governo più sinistra della storia repubblicana”, è presieduto dalla stessa persona che ha guidato il “governo più di destra della storia repubblicana”: l’avvocato Giuseppe Conte. Non sembro il bambino di Andersen se dico che queste cose ci fanno male e minano la credibilità stessa del progetto del PD?

Non potevamo alzare l’asticella pretendendo un governo che non mischiasse correntismo e populismo e che invece ci inchiodasse tutti a esprimere il meglio che potevamo, con un premier in linea con questa visione? E ripeto, parlo di metodo e non di persone.

Non richiamo cose banali se, citando quell’articolo, dico che questo teatro dell’assurdo è la conseguenza di una struttura istituzionale altamente disfunzionale e che lo stile populista richiesto dalla politica contemporanea mal si adatta ai bizantinismi del parlamentarismo italiano, con una forma non corrisponde più al contenuto e un’incomprensibilità manifesta di una politica svuotata, ridotta a mera cerimonia e tattica, dalla quale con questa scelta di governo e di alleanze il PD non si esime?

Che mentre la politica impazziva a cercare soluzioni per timore di un possibile plebiscito per Salvini, l’amministrazione ha gestito con grandissima tranquillità la transizione tra un governo e l’altro? Che è soltanto perché si è presa spavento per le minacce di Salvini che la commissione europea ha propiziato l’alleanza tra PD e Cinque Stelle, mettendo sul tavolo una maggiore flessibilità finanziaria, e che, per citare sempre l’articolo di cui sopra, Salvini è stato il cane feroce tenuto al guinzaglio dall’amministrazione, per ottenere i suoi scopi: cambiare tutto perché nulla cambi, invece di utilizzare l’occasione per un cambio radicale di progetto per il Paese?

In conclusione al Segretario mi permetto di ricordare un episodio personale.

Venni da te, e ti dissi che faticavo a sostenere la tua candidatura alle primarie per il ruolo che i capo-correnti svolgevano nel tuo progetto per il PD, e che temevo avrebbero avuto la meglio sui tanti giovani di cui pure ti circondi e cui dai ascolto. Mi dicesti che eri più contrario di me alle correnti e le avresti annientate.

Non è banale rilevare che quelle correnti hanno vinto e oggi determinano le scelte del PD e del Paese?

Ecco. Non vorrei, guardando il Segretario, e il gruppo dirigente di questo PD, sapendo che molte di queste cose le condividete, che finiate come quell’imperatore, che rabbrividisce perché sa di essere nudo e che il bambino ha ragione, ma pensa: “ormai devo restare fino alla fine.” E si raddrizza ancora più fiero e continua a camminare, con i ciambellani che lo seguono reggendo uno strascico che non c’è.

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